
Agli uomini viene insegnato fin da piccoli a classificare le donne. Lo facciamo inconsciamente e istintivamente, spesso sviluppando questo approccio durante l’adolescenza. Fa parte della socializzazione della mascolinità, un sistema che insegna ai ragazzi a relazionarsi con le donne non come esseri umani a tutti gli effetti, ma come strumenti e funzioni, con la mentalità del “cosa puoi fare per me?”. Queste categorie, sebbene invisibili, modellano il modo in cui molti uomini affrontano l’intimità e le relazioni.
Per molti uomini, le donne rientrano in una delle due categorie principali: pornificate o parentalizzate. La donna pornificata esiste per il piacere: è sessualizzata, oggettificata e creata per il consumo maschile, è meno umana e quindi più facile da eliminare. La donna parentalizzata esiste per il conforto: è premurosa, altruista e infinitamente generosa, è lì per servire e soddisfare i miei bisogni emotivi. Spesso oscilliamo tra queste due categorie, cercando il brivido dell’erotismo e la sicurezza della maternità, senza mai imparare ad amare una donna che sia allo stesso tempo sensuale e amorevole.
Nella visione pornografica, le donne diventano semplici proiezioni delle nostre ferite non guarite. Usiamo le donne per convalidare il nostro valore, per dimostrare una fragile mascolinità, per alimentare la fantasia di controllo e potere. Lei è la donna sulla copertina della rivista con quegli occhi penetranti, quella online che mi ha ricordato la mia prima ragazza, quella che mi farà sentire di nuovo un uomo dopo che ho perso tutto il mio coraggio. La donna pornificata è consumabile: lodata per la sua bellezza, oggettificata per il suo corpo, trattata come un trofeo e una conquista. Viene lodata per la sua bellezza esteriore, ma non conosciuta veramente.
Nella lente genitoriale, le donne diventano custodi: esistono per lenire, perdonare, riparare, riparentare le parti giovani dentro di me. Lei è la figura materna, quella che detiene tutta la responsabilità emotiva, quella che ripulisce il disordine che mi lascio dietro. Mi rivolgo a lei per la regolazione emotiva e la guida. La donna parentificata è così necessaria ma spesso invisibile, e una volta che smette di essere utile al fragile ego maschile, viene abbandonata. (Nota a margine: quando una categoria parentificata è presente in una relazione, questo uccide tutto il desiderio sessuale che le donne provano per i loro partner; si sentono come se stessero crescendo un altro bambino e non desiderano sessualmente un ragazzo che si maschera da uomo adulto).
Entrambe queste categorie sono distorsioni della nostra personalità data da Dio e di ciò che siamo destinati ad essere. La donna pornificata è privata della sua dignità; la donna parentificata è privata della reciprocità, sia elevata che risentita. L’uomo pornificato è ridotto a un cavernicolo con desideri sessuali primitivi, l’uomo parentificato è bloccato nella sua adolescenza adattiva, mai costretto a crescere nella sua autentica forza maschile. Una mascolinità sana deve imparare a vedere le donne non come categorie, ma come un tutto. Riconoscere che lei può essere forte e dolce, sessuale e spirituale, potente e tenera, tutto allo stesso tempo.
Il costo della categorizzazione
Se gli uomini vivono secondo queste categorie, l’intimità non ha alcuna possibilità. Non si può amare veramente ciò che si sta semplicemente usando. L’oggettivazione non può coesistere con l’Imago Dei.
Queste categorie creano una distanza emotiva, l’illusione di una connessione senza il rischio di vulnerabilità. Proteggono gli uomini dalla loro vergogna e dalla paura di essere inadeguati. Ma impediscono anche quella vicinanza che desideriamo ardentemente e che manca a molti uomini. L’intimità autentica nasce dall’integrazione delle nostre parti, non dalla proiezione delle nostre parti sottosviluppate. Arriva quando smettiamo di scaricare le nostre storie irrisolte sulle donne che diciamo di amare e iniziamo a fare il lavoro interiore che la nostra mascolinità ha a lungo evitato.
Come uomini creati a immagine di Dio, la nostra vocazione non è quella di ridurre una donna per adattarla alle nostre ferite o alle nostre fantasie, ma di espandere la nostra capacità di accogliere la sua complessità. Vederla non come un ruolo, una categoria o una funzione, ma come un essere umano completo, portatrice dell’immagine del Divino: conoscerla significa conoscere il Dio che l’ha creata.
Autore: Andrew J. Bauman
